Da almeno trecento anni si fanno esperimenti per trasformare il carbonio in diamante
Da almeno trecento anni si fanno esperimenti per trasformare il carbonio in diamante e viceversa. Noi oggi sappiamo che il diamante brucia alla temperatura di 800 gradi centigradi, trasformandosi in biossido di carbonio. Lavoiser, noto fisico francese, nel 1776 dimostrò che il diamante e la grafite avevano la stessa formula chimica ma struttura cristallina diversa. Il passo seguente fu quello di cercare di trasformare la grafite in diamante. Nel 1953 alcuni tecnici della compagnia svedese ASEA riuscirono nell'impresa grazie all'utilizzo di una particolare apparecchiatura che fornisce alte pressioni e alte temperature. I cristalli così ottenuti risultarono però di piccole dimensioni da 0,01 a 1,2 mm e potevano essere utilizzati solo come abrasivi per applicazioni industriali. In seguito altre ditte come la De Beers in Sud Africa e il Diamant Boart in Belgio e soprattutto la General Electric in America modificarono questo metodo ottenendo risultati migliori. Negli anni '70 la General Electric ha messo a punto una nuova tecnica denominata " BELT- type apparatus" grazie alla quale è riuscita a produrre diamanti sintetici del peso di oltre un carato. Tuttavia il costo superava di gran lunga quello dei diamanti naturali. La situazione è cambiata negli anni '80 quando la necessità di produrre cips in diamanti per computers ha finalizzato la ricerca verso la realizzazione di cristalli di diamanti sintetici sempre più grandi; leader in questo settore è diventata la compagnia giapponese Sumitomo che li ha commercializzati per prima. E' doveroso però sottolineare che il colore non era mai interessante e che quelli con una buona saturazione in giallo erano i più facili da produrre. Verso la fine degli anni '80 la compagnia americana General Electric è riuscita a produrre diamanti chimicamente puri (tipo II A) tendenzialmente incolori. Risale a non molto tempo fa l'annuncio fatto da Thomas Chatham, titolare dell'omonima ditta specializzata nella produzione di gemme sintetiche, di voler iniziare la produzione di diamanti sintetici di qualità gemma con partners russi in Siberia. La sua dichiarazione di voler mettere in commercio diamanti sintetici del peso di oltre un carato a prezzi più bassi del 10% rispetto alle controparti naturali, causò un leggero shock presso i commercianti di diamanti. Da allora però non si sa più nulla e probabilmente l'unica cosa reale resta l'idealizzazione di una nuova tecnica, nota come "termogradiente Bars" che ottiene le alte pressioni necessarie alla cristallizzazione del diamante non tramite una pressa gigante ma grazie all'iniezione di un liquido in una camera di compressione. Il grande vantaggio di questo metodo è quello di risultare decisamente meno costoso dei precedenti. L'utilizzo dei diamanti sintetici è solamente industriale ma non se ne esclude l'impiego in un futuro, non troppo lontano, anche nel settore della gioielleria. Ma, i diamanti sintetici possono essere identificati e distinti dai naturali? Attualmente l'identificazione è assai ardua se non impossibile da parte del gioielliere tipo, ma attuabile in laboratorio con analisi gemmologiche di routine. Infatti, effetti ottici particolari come zone di crescita a croce o a clessidra, tipica fluorescenza verdastra a croce più forte alle onde corte che non a quelle lunghe, inclusioni non riscontrabili in quelli naturali, un significativo magnetismo e soprattutto uno spettro all'infrarosso caratteristico, sono tra le più frequenti e diagnostiche analisi che permettono di distinguere il naturale dall'equivalente sintetico.
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